Era la mattina
del 25 febbraio del 2037, a
80 anni dalla nascita della comunità economica europea, io e tutti i miei
colleghi di partito, ci svegliammo molto presto per raggiungere la sede del
Partito Popolare Europeo a Bruxelles.
Eravamo tutti
molto agitati perché in serata avremmo conosciuto i risultati delle prime
elezioni politiche degli Stati Uniti d’Europa. Dopo 80 anni dal “trattato di
Roma” 28 Nazioni, milioni di concittadini europei stavano per esprimere il
proprio voto per l’elezione dei parlamentari europei.
In campo c’erano
il PPE, i SocialDemocratici, il Partito della Sinistra, i Liberali, i Conservatori,
i Verdi ed una serie di altre liste che si presentavano alle elezioni per
eleggere i deputati europei.
Tutti i partiti,
liste e movimenti erano convinti della bontà del processo di unificazione
dell’europa.
Tutti si
presentavano per proporre la propria ricetta di governo per il bene dell’europa
e dei suoi cittadini.
Arrivati nella
sede del partito, cominciammo subito a leggere i giornali e a leggere tra le
righe dei vari articoli le sensazioni ed i pronostici di giornalisti e
opinionisti.
Gli ultimi sondaggi
pubblicati davano un testa a testa tra noi popolari e i socialisti, ma la
nostra sensazione era quella di una vittoria a prescindere dal decimale in più
o in meno. Una vittoria certa per la posta in gioco che non era una poltrona in
più o in meno, ma l’unità dei popoli europei: la pace.
E per noi
italiani che ereditavamo la storia e gli insegnamenti di De Gasperi e dopo aver
vissuto anni di euroscetticismo la vittoria era doppia. Aver lavorato affinché
tutti gli italiani fossero certi che unità politica europea significasse
maggiore diritti e maggiori servizi, era per noi motivo di grande orgoglio.
Dopo la lettura
dei quotidiani, iniziammo i vari contatti telefonici con le nostre sedi
nazionali per capire umori e sensazioni dei 28 Paesi membri. Ognuno nella
propria lingua parlava con i riferimenti locali per avere maggiori informazioni
sull’andamento del voto e dell’affluenza.
Arrivammo così
all’ora dell’aperitivo per riunirci e scambiare le informazioni raccolte. Tra
un sorso e un boccone, tra una risata e un’emozione, finimmo la prima riunione
di giornata consapevoli che l’affluenza sarebbe stata molto alta.
Di li a poco
arrivò il dato ufficiale dell’affluenza alle ore 12: 25%. Un risultato
eccezionale. I cittadini europei avevano voglia di partecipare alla creazione
del 1° governo europeo.
I nostri
colleghi di partito, di tutti gli Stati federali, ci avevano raccontato di file
in tutti i seggi.
Giovani e meno
giovani avevano affollato i seggi per partecipare attivamente alla prima
elezione politica dell’Europa unita.
Arrivammo così
al pranzo emozionati e col cuore pieno di gioia.
I cittadini
volevano esprimere la speranza di futuro e di pace col proprio voto.
Dopo il pranzo
continuarono i nostri contatti con le sedi locali. Io chiamai tutte le sedi regionali
del partito popolare, facendomi raccontare come si stava svolgendo il voto
elettronico.
Tutti i colleghi
mi raccontavano che non c’era stato alcun problema nel sistema informatico ne
alcun cittadino lamentava imbarazzo per il primo voto digitale ai seggi.
Ogni seggio
aveva tre tablet tutti collegati al server del dipartimento federale degli
interni a Roma.
Dopo una breve
pausa arrivammo ai dati ufficiali circa l’affluenza alle urne alle ore 19.
Il dato in tutta
Europa era molto omogeneo, l’affluenza era del 68%.
Eravamo in
festa, quasi increduli, tutti molto emozionati. Il popolo europeo ci stava
dando una grandissima responsabilità: governare gli Stati Uniti d’Europa con un
processo di assoluta condivisione tra popoli e classe dirigente.
Ore 20.30
appuntamento extra politico: gioca la mia Juventus.
Con uno scatto
felino mi dileguo. Corro in una saletta vuota e davanti al mio smartphone mi
godo la Juve che
incontra il Barcellona nel primo campionato europeo.
Anche il calcio
aveva unito i popoli europei. Le leghe maggiori dei vari Stati, avevano creato
la prima lega europea.
Ore 23 partita
finita da poco, seggi chiusi, raggiungo i miei colleghi per aspettare i primi
exit-poll.
Televisione
accesa, smartphone e pc collegati e pronti, per avere informazioni da tutti i
sondaggisti. Anche i vari istituti di sondaggistica dovevano confrontarsi con i
dati da tutti i Paesi europei.
Avevano creato
varie partnership per mettere insieme i risultati dei vari Stati.
Primo exit-poll:
PPE 35%, SDE 24%, Liberali 10%, Partito della Sinistra 6%, Conservatori 5%,
Verdi 5%, altri partiti locali 15%.
Con estrema
cautela iniziammo a capire che avremmo potuto essere il primo partito. Il dato
però che ci preoccupava un po’ era il 15% raggiunto dai vari partiti locali che
non si erano uniti a quelli europei.
Arriva il dato
ufficiale dell’affluenza alle 23: 85%. Un dato straordinario sopra ogni
previsione anche la più ottimistica.
Nessuno avrebbe pensato ad una risposta così positiva di tutto il popolo
europeo.
Intanto la fame
cominciava a farsi sentire e mentre i miei colleghi avevano già cenato, io ero
stato impegnato con la “vecchia signora”. Ordino subito un panino ed una birra
e mi metto appartato per sentire in tv i primi commenti dei giornalisti.
Dopo cena,
telefonai subito a mia moglie che era rimasta in hotel con nostro figlio, per
accertarmi che stessero bene e per commentare insieme i primi dati elettorali.
Neanche lei, che
è sempre ottimista, immaginava un dato sull’affluenza così alto. Era molto
emozionata perché sapeva quanto avevamo lavorato per questo risultato
straordinario.
L’euforia era
tanta, l’emozione altrettanto, decidemmo così di rilasciare la prima
dichiarazione pubblica. A parlare alla stampa fu il collega tedesco Martin che,
con estrema cautela sulla percentuale del nostro PPE, si soffermò sul risultato
dell’affluenza ringraziando i milioni di cittadini europei che si erano recati
alle urne per partecipare attivamente alla costruzione degli Stati Uniti
d’Europa.
Intanto uscirono
le prime proiezioni che confermavano gli exit-poll dando al PPE una percentuale
sopra il 30%.
L’ora era tarda
e la macchina elettorale fotografava gli ottimi risultati tanto auspicati. Il
primo voto elettronico stava accorciando la tempistica dello spoglio ed aveva
diminuito le contestazioni, del passato, sulle schede elettorali.
Eravamo tutti
molto stanchi anche se l’adrenalina ci supportava per la maratona elettorale.
Intorno alle 2
il risultato dei Partiti era chiaro: PPE primo partito con il 36%, SDE 25%,
Liberali 10%, Partito della Sinistra 6%, Conservatori 5%, Verdi 5%, altri
partiti locali 13%.
I Partiti
Europei avevano superato lo sbarramento per l’ingresso in parlamento del 3%.
Unico dato
particolare era il 13% alle liste locali, un dato che avremmo dovuto studiare ed
approfondire per comprendere in quali nazioni e che tipo di liste fossero.
Altra
dichiarazione pubblica, questa volta affidata all’amico collega belga Marc, il
quale con grande emozione prese la parola di fronte alla stampa europea
concentrando il proprio pensiero sulla grande responsabilità che il popolo
europeo aveva dato alla classe dirigente “popolare”: formare il primo governo
degli U.S.E..
A quel punto e
con quei risultati era evidente a tutti noi che la responsabilità di trovare
una maggioranza di governo in parlamento fosse nostra.
Era altrettanto
chiaro che con il nostro 36% non avremmo potuto formare un governo soli e che
quindi avremmo dovuto parlare e mediare con le altre forze politiche.
La serata finì e
aspettando i risultati dei singoli parlamentari eletti ci salutammo per
aggiornarci al giorno seguente.
Arrivato in
hotel e con l’adrenalina ancora in circolo, mi addormentai sul divano per non
svegliare i miei amori che dormivano sul letto. Sveglia alle 7 come ogni
giorno. Eppure non ricordavo di averla messa allo smartphone. Ancora
addormentato mi resi conto che si trattava di una sveglia umana: mio figlio che
saltava sul mio corpo accasciato sul divano.
Subito dopo la
colazione in hotel raggiunsi i colleghi in sede. La stampa di tutto il mondo
aspettava le nostre mosse, le nostre dichiarazioni, tutti attendevano di capire
se avessimo deciso con chi fare il primo governo europeo.
La domanda era
sempre la stessa: con chi? Destra o sinistra?
Convocammo
subito la direzione del Partito nel primo pomeriggio.
Durante la
mattinata telefonai a tutti i neo parlamentari eletti del PPE in Italia,
complimentandomi con loro per il gran lavoro fatto. In Italia,infatti, avevamo
raggiunto il 40%, un risultato davvero sorprendente.
Finalmente
arrivò il pranzo e ci divorammo praticamente tutto, tra un boccone e l’altro
cercavo di capire l’orientamento dei miei colleghi europei per la formazione
del governo e della sua maggioranza.
Iniziavo a
comprendere che di li a poco la direzione si sarebbe spaccata in due correnti di
pensiero, da una parte i favorevoli ad un appoggio dei socialdemocratici,
dall’altra i filo liberali e conservatori, cristiani del sociale contro
cristiani della morale.
Era un passaggio
che in Italia avevamo già sperimentato in molte fasi politiche: la divisione
tra i cattolici impegnati in politica, filo progressisti contro filo
conservatori.
In Italia però
questa divisione fu abilmente superata sin dai tempi dello Statista De Gasperi,
anche se poi il problema si ripresentò nella seconda repubblica. Nel nostro
Paese riprendemmo a ragionare di presenza unitaria dei cattolici, iniziando a
ragionare non più sull’intransigenza rispetto ai valori etici e morali, ma
sulla libertà di coscienza dei singoli parlamentari. Questo approccio
costruttivo e laico poteva essere la chiave di svolta per la crisi che si
poteva verificare all’interno della direzione del PPE del pomeriggio.
Dopo il pranzo
mi appartai nel mio ufficio per iniziare ad appuntarmi qualche riflessione, che
avrei usato per mantenere il partito unito e per tentare di trovare una
mediazione tra le diverse sensibilità.
Era il primo
appuntamento con la storia dell’Europa federale e non potevamo permetterci di
mostrarci divisi nelle scelte. I cittadini europei ci avevano mostrato grande
fiducia e non potevamo deludere tutte le aspettative del nostro popolo.
Decisi così di
convocare una riunione online con la direzione italiana del Partito.
Ore 15 tutti
connessi ognuno dai propri uffici.
Avevo il compito
il portare la linea che avevamo concordato con i colleghi italiani: chiedere a
tutti i partiti europei la disponibilità a formare o appoggiare il primo
governo europeo a guida popolare.
La linea che
decidemmo fu quella di convincere i colleghi europei di partito di formare un
Governo con tutti, che avesse come programma al massimo 5 punti da concordare
insieme.
Ebbi la
necessità di sentire telefonicamente due persone: mia moglie e il mio padre
spirituale, un gesuita della provincia pugliese che mi aveva insegnato tanto
sull’ascoltare pro-attivamente.
Due persone che
mi avrebbero dato la forza di sostenere la mia teoria dell’unità. Due persone
che sempre nella vita mia avevano sostenuto.
Anche questa
volta appoggiarono la mia tesi e mi diedero il coraggio per affrontare quel
momento così delicato per tutti noi, ma soprattutto per il futuro dell’Europa
unita.
Ore 16 direzione
europea del PPE.
Tutti puntuali e
tutti molto emozionati, affollammo la sala riunioni del partito.
Il segretario
federale, l’amica francese Marie, iniziò subito la relazione con cui esaminò il
voto e i dati del partito in tutta l’europa.
Non indicò la
linea da seguire per la formazione del governo, ma si limitò a
responsabilizzare tutti sulla via dell’unità del partito.
Il concetto di
unità del partito era per me alla base della discussione interna per poi
ascoltare le istanze degli altri partiti. Se noi ci fossimo divisi, la
formazione del primo governo europeo sarebbe stata impossibile e soprattutto si
rischiava di rendere vana la partecipazione altissima al voto del popolo
europeo.
Subito dopo
Marie prese la parola l’amico ungherese Gabòr, il quale delineò il perimetro
della maggioranza di governo alle forze liberali e conservatrici. La sua linea
era seguita da molti rappresentanti dei Paesi del nord Europa. A rafforzare la
sua tesi arrivarono, infatti, in soccorso altri membri del partito che
partivano dall’idea di una maggioranza che con liberali e conservatori
arrivasse al 51%.
Prese la parola la
collega spagnola Ana, che invece, mossa dall’esperienza di centro-sinistra in
Spagna, ci parlò dei valori e punti programmatici che ci avrebbero avvicinati
ai social-democratici.
A quel punto
sentii il bisogno di prendere la parola per trovare un punto di incontro tra le
due diverse teorie.
Partii dal
principio di unità del partito e dell’Europa, per condividere con tutti la
grande responsabilità che avevamo. Le nostre scelte e le nostre azioni,
infatti, sarebbero state decisive per il futuro unitario dell’Europa. Avevo
preparato il mio discorso sulla base dell’importanza della condivisione della
linea programmatica del primo Governo europeo. Cercai di convincere tutti che
l’euroscetticismo era dietro l’angolo e che non aspettava altro che un passo
falso della classe dirigente.
Infatti quel 13%
dato alle liste locali della varie nazioni significava che c’era una parte di
popolazione che non credeva all’unione politica ed economica degli Stati Uniti
d’Europa.
Inoltre evidenziai
l’altissima affluenza che ci avrebbe dovuto dare il coraggio e la forza di
formare un governo appoggiato da tutti i partiti europei, in modo da
condividere con tutti le scelte programmatiche da sostenere ed attuare.
Secondo il mio
parere, tutti i partiti dovevano responsabilmente partecipare al governo per
dare forza all’unione politica. Era il primo banco di prova degli “unionisti”
ed ognuno doveva prendersi la sua responsabilità.
La direzione del
partito votò all’unanimità questa linea unitaria a cui seguì una conferenza
stampa tenuta da Marie.
Grazie alle sue
doti comunicative, Marie tenne incollati giornalisti, cittadini e tutti gli
altri leader politici, per un’ora intera. L’appello alla responsabilità di
tutti i partiti aveva funzionato.
Su tutti i
social si leggevano commenti positivi della maggior parte dei cittadini
europei.
In giornata ci furono le dichiarazioni degli altri leader
europei che si dichiararono favorevoli alla nostra apertura, ma che, per la
decisione definitiva, avrebbero voluto ascoltare la base dei loro rispettivi
partiti per avere maggiore sicurezza e forza.
Anche noi
decidemmo di indire un referendum online di tutti i nostri iscritti.
Dopo due giorni
arrivarono i risultati dei referendum svolti da tutti i partiti, un risultato
eccezionale, un risultato che avrebbe sancito la nascita del primo governo
europeo.
A maggioranza
gli iscritti avevano dato il via libera alla formazione del governo.
Decidemmo così
di incaricare per ogni partito due membri che avrebbero composto il “tavolo
programmatico”. Sarebbe dovuto essere un programma snello di pochi punti e di
molte azioni concrete. Un programma che i cittadini avrebbero dovuto da subito
sentire proprio. Un programma che aveva come linea direttrice la Costituzione Europea approvata 2 anni prima.
Iniziarono così
i vari incontri, fatti di litigi e mediazioni continue.
I nostri
rappresentanti portarono al tavolo le nostre due proposte:
- unificare il
fattore famiglia in tutti gli stati federali (più componenti, meno tasse);
- unificare le
buone prassi dei centri per l’impiego in tutte le regioni degli Stati.
Queste furono le
nostre priorità da condividere con i partiti che avrebbero formato il Governo.
Il nostro punto
di riferimento, durante tutta la campagna elettorale, fu quello di eliminare o
almeno diminuire le disegualianze tra nord e sud Europa. Infatti i Paesi del
nord, si trovavano in un economia florida e con l’introduzione della
Costituzione Europea si trovarono a fare i conti con l’introduzione del debito
pubblico “comune”. Tutti i Paesi membri decisero di avviare il processo di
unificazione economica e politica a partire dal debito pubblico, avviando così
la più grande operazione di “sussidiarietà economica” della storia.
Arrivammo così
alla definizione del programma di governo:
-
Istituzione Corpi Difesa Comune Europea (Marina
Militare, Esercito e Aviazione);
-
Istituzione Guardia di Finanza e Polizia Europea;
-
Reddito minimo garantito esteso in tutti gli Stati
federali;
-
Introduzione del fattore famiglia per le tasse versate
dai cittadini;
-
Prassi unificate per i Centri per l’Impiego;
-
Sburocratizzare le procedure per avvio imprese.
Questa era la
piattaforma programmatica su cui i nostri iscritti avrebbero dovuto esprimere
il loro parere per avviare la formazione del governo.
Avviammo così le
consultazioni online per il via libera al governo.
Anche questa
volta i cittadini ci diedero fiducia approvando a maggioranza il programma di
governo.
Ogni partito
aveva spiegato a propri iscritti la mediazione e i punti di incontro per
avviare il primo governo europeo. Ma quasi sicuramente i nostri iscritti erano
più avanti di noi nell’idea di unificare i popoli europei.
Forti del parere
dei nostri concittadini iniziammo a lavorare sulla composizione del governo.
Decidemmo di
partire dai risultati elettorali per trovare la composizione numerica. Ogni
partito avrebbe avuto la propria rappresentanza in proporzione ai dati
elettorali.
Visto il
programma snello stabilimmo di optare per una composizione leggera: 15 membri.
Dopo la
proporzionalità si decise di partire dalla scelta dei ministeri per poi
affidarne il ruolo in base alle scelte dei singoli partiti per l’individuazione
del curriculum più adatto.
Noi popolari
avevamo il compito di individuare il Presidente del Consiglio, poiché eravamo
il primo partito, il Ministro della Difesa ed il Ministro della Giustizia.
Ogni partito
doveva scegliere i propri uomini,
presentando al tavolo della coalizione, per la composizione del governo una
rosa di tre nomi da condividere con gli altri partner.
Il traguardo era
vicino, sentivamo tutti l’ansia di partire, di cominciare a lavorare per
l’Europa unita per i nostri concittadini.
Sentivamo sulle
nostre spalle una grandissima responsabilità, ma allo stesso tempo avevamo la
consapevolezza di aver condiviso ogni scelta con i nostri iscritti e questo ci
dava la forza di camminare uniti e liberi da ogni retro pensiero di “accordi di
palazzo” o “inciuci”.
Iniziammo così
il lavoro per individuare i migliori rappresentanti per il governo.
Telefonate,
chat, incontri di partito, ero esausto. Avevo bisogno di un giorno di pausa e
di riflessione. Essendo il rappresentante italiano del partito oltre che
rapportarmi con i colleghi di Bruxelles
avevo il compito di confrontarmi anche con il partito in Italia. Passavo
le mie giornate al partito, chiuso nel mio ufficio per tentare di trovare
sempre un punto di incontro fra le diverse posizioni politiche. Infatti ero
considerato da tutti i miei colleghi “il mediano” anche per la mia passione per
il calcio oltre che per la capacità di mediare, che tutti mi riconoscevano.
Mediare, però significa ascoltare sempre l’altro, parlare meno degli altri ma
dire sempre ciò che unisce e mai ciò che può irrigidire le diverse posizioni.
Ero stanco,
quasi nauseato da quel ruolo che inconsapevolmente avevo accettato.
Decisi di
prendere il primo aereo per tornare un giorno dalla mia famiglia.
Ad aspettarmi in
aeroporto c’erano mia moglie e il mio ometto.
Rientrammo
subito nella nostra casa dove sentii subito il calore, la tranquillità, la
pace, che solo la mia famiglia sapeva darmi.
Mio figlio volle
subito giocare con me al suo nuovo “impegno ludico”, un gioco online dove
avevamo l’obiettivo di costruire una grande città.
Pensai che
probabilmente a mio figlio piacesse parecchio la politica, da quel gioco era
molto preso e se un quartiere restava senza luce, al buio non avrebbe neanche
mangiato fino a quando non avrebbe risolto il problema dei suoi cittadini
virtuali.
Fu un pomeriggio
molto divertente e molto spensierato.
In serata ci
recammo dai miei genitori per la cena. Avevano, come sempre, preparato una cena
così abbondante che sarebbe bastata per il nuovo esercito europeo.
Tornati a casa
mio figlio andò subito a letto, era distrutto dalle fatiche di “governo
virtuale”, mentre io e mia moglie ci rintanammo nella nostra camera per parlare
fino a tardi.
La mattina
seguente tornai a Bruxelles, la piccola vacanza era già finita.
Mi fiondai in
ufficio per riprendere il filo delle trattative per la formazione del governo.
Nel pomeriggio infatti avevamo la direzione politica del partito per iniziare
ad individuare i prossimi ministri.
Dopo una serie
di telefonate mi recai nell’ufficio accanto al mio, quello del segretario
politico Marie.
Mi accolse come
sempre con un buon caffè, rigorosamente italiano, e con un’aria affannata.
In mia assenza
era stata inondata di curricula provenienti da tutti i Paesi europei. Era molto
provata poiché di li a poco avremmo dovuto individuare tre presone su centinaia
di proposte ricevute.
Cercai di
calmare la su ansia proponendole un percorso di individuazione partendo dai
profili, che i futuri ministri e presidente del consiglio avrebbero dovuto avere.
Lei accolse subito positivamente la mia proposta e decidemmo di proporre alla
direzione del pomeriggio il percorso concordato.
Alle ore 16
iniziò la direzione del partito.
Marie lesse la
sua relazione con la quale annunciava il percorso da seguire per
l’individuazione delle tre figure da scegliere. Propose di partire dagli studi
dei singoli candidati, dalle esperienze professionali e per finire all’impegno
politico.
I tre step
avrebbero dovuto seguire l’attinenza con il ruolo che dovevano ricoprire.
La relazione di
Marie, dopo un breve dibattito, fu approvata a maggioranza. Infatti una parte
del partito avrebbe preferito scegliere i tre uomini in base ai voti ottenuti
nelle elezioni.
Cercammo di far
capire loro che i voti presi non potevano rappresentare una naturale selezione
per ricoprire tre ruoli così importanti, pur essendo un merito.
Decidemmo cosi
di riaggiornare la seduta al giorno seguente per l’individuazione dei nove
curricula, tre per ogni ruolo, da portare al tavolo della “grande coalizione”.
Io, Marie e
Martin passammo tutta la serata a spulciare i curricula per cercare di portare
in direzione una prima proposta da votare.
Mi sentivo un
“cacciatore di teste”, un selezionatore, un allenatore che deve scegliere tra
molti i migliori.
Tra i tanti
curricula arrivati, riuscimmo ad arrivare ad una cinquantina di candidati da
portare in direzione il giorno seguente.
Ore 11 direzione
federale del partito. Tutti puntuali come sempre, tutti sempre più tesi ed
emozionati, cominciammo con l’individuazione della terna di candidati per ogni
ruolo.
Partimmo dalla
terna per il ruolo di Ministro della giustizia scegliendo tre figure di spicco
tra cui due colleghi di partito ed 1 professore universitario, da sempre vicino
ai valori del popolarismo europeo.
Arrivammo alla
definizione dei tre curricula per il ruolo di Ministro della Difesa, che
avrebbe dovuto avere il difficile compito di formare i corpi militari europei,
in base all’accordo di programma sottoscritto da tutti i partiti.
Eravamo molto
stanchi ma il nostro compito non era ancora terminato. Dovevamo ancora
scegliere i tre nomi da proporre come Presidente del Consiglio dei Ministri. Un
ruolo che doveva tenere insieme partiti diversi tra loro, con storie e culture
diverse, con programmi e sensibilità, spesso, in contrapposizione.
Decidemmo di
fare una breve pausa pranzo per riprendere i lavori nel primo pomeriggio.
Durante il
pranzo Marie si avvicinò a me con aria rilassata e tranquilla, non avevo mai
visto il suo volto così sereno. Anche Martin gustava il pranzo e chiacchierava
con gli altri colleghi, con estrema calma, come se il nostro lavoro fosse già
terminato.
La loro calma mi
metteva quasi a disagio, come se i ruoli si fossero invertiti. Ero sempre stato
io il calmo che trasmetteva tranquillità a tutti. In quel frangente mi sentivo
fuori luogo come se solo io sentissi tutta la responsabilità dell’operazione
politica che stavamo compiendo.
Dopo il pranzo,
veloce, riprendemmo i lavori della direzione. Marie volle riprendere subito la
parola e per dieci minuti ci tenne tutti col fiato sospeso parlando della
vittoria del nostro partito e che quindi avremmo portato al tavolo della
coalizione un solo nome e non più una terna.
Poiché si
trattava di scegliere il garante del programma e della tenuta dell’intera
colazione, non potevamo optare per tre nomi, ma per la migliore risorsa che il
partito vincitore delle elezioni aveva tra le sue fila. Questa fu la tesi di
Marie.
Fu un discorso
convincente ma che in me suscitava molte preoccupazione, si trattava di rompere
un pezzo di accordo tra noi ed il resto della grande coalizione.
Martin, sempre
più calmo, prese la parola non per fare grandi discorsi ma solo per condividere
la tesi di Marie e per proporre il mio nome come Presidente del Consiglio degli
Stati Uniti d’Europa.
In quel momento
non mi venne ne un coccolone ne svenni. Ricordo solo che rimasi a bocca aperta,
ero sorpreso ma rimasi impassibile.
Le mie emozioni
erano tutte racchiuse in me, mentre il resto dei colleghi applaudiva e mi
veniva ad abbracciare ero sempre più terrorizzato.
Le proposte di
Marie e di Martin furono votate a maggioranza. La loro linea passò in direzione
ma non sapevamo ancora la reazione degli altri partiti.
Uscii subito
dalla sede del partito per avvertire mia moglie e la mia famiglia. Chiesi
estrema riservatezza a tutti perché il giorno dopo ne avremmo dovuto discutere
con tutta la coalizione.
In serata mi
feci una lunga chiacchierata con don Franco, che come al solito cercò di
rasserenare il mio animo inquieto e preoccupato. Sebbene tutti mi conoscessero
come il “mediano”, il mediatore, il calmo, il tranquillo, dentro di me avevo
sempre avuto lo spirito del “politico preoccupato”. L’uomo che sente su di se
la responsabilità della soluzione dei problemi altrui.
Quella notte
pregai tanto, forse riuscii a dormire un paio di ore. Ero talmente agitato che
neanche le mie tanto adorate tisane, rilassanti, fecero effetto sul mio stato.
Dopo una notte
insonne arrivò il giorno dell’incontro con gli altri partners della grande
coalizione di governo. Arrivammo tutti in largo anticipo e sui nostri volti era
chiara la tensione di quei giorni.
Dopo due ore di
dibattito, la tesi di Marie passo all’unanimità: ero il primo Presidente del
consiglio dei ministri degli Stati Uniti d’Europa.
Ore 6.45 del 25
settembre 2018, suona la sveglia
Mia moglie mi
sussurra: “amore è ora di svegliarsi”;
Mi sveglio e le
rispondo: “è stato un sogno straordinario, bellissimo, ho sognato l’Europa
unita, ho sognato nostro figlio cittadino degli Stati Uniti d’Europa”.
fine
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